Economia: Gli indicatori dello sviluppo - “Sentieri” per la crescita: dai beni posizionali per il consumo ai beni relazionali di natura sociale

Economia: Gli indicatori dello sviluppo - “Sentieri” per la crescita: dai beni posizionali per il consumo ai beni relazionali di natura sociale

di Luca Ferrucci

Dedicato a mia sorella Lisa, disabile intellettuale, privata precocemente di una vita caratterizzata dalla scarsità di beni posizionali, ma soprattutto per la privazione dei beni relazionali

Introduzione

Il benessere, la felicità, l’edonismo possono avere vari significati. La prospettiva economica tradizionale ha ricercato questi concetti in un’idea di individualismo utilitarista, derivante dalle transazioni economiche di beni e servizi compatibili con il reddito disponibile. Specularmente, la povertà – sia assoluta che relativa – è stata interpretata come la capacità di conseguire livelli di consumo di un determinato paniere di beni e servizi, anche comparativamente alla media riferibile ad un determinato contesto sociale e storico. E’ su questo paradigma teorico dell’economia che le statistiche mirano a determinare la ricchezza complessiva di un paese a disposizione di una collettività, identificando nel PIL il misuratore di questa componente. Ma, come ha messo in evidenza Caporizzi nella sua relazione, altre dimensioni sociali, culturali, ambientali e tecnologiche contribuiscono al benessere e alla felicità di una comunità sociale. Il PIL, da solo, osserva solo alcune dimensioni economiche che, tra l’altro, in alcune circostanze possono contribuire a “rallentare” o addirittura diminuire il benessere di una collettività. Ecco, pertanto, che la letteratura economica internazionale – e i policy makers – tendono ad identificare in un nuovo concetto – con i relativi indicatori – la “ricchezza” economica, sociale, culturale, tecnologica e ambientale: il BES (benessere equo e sostenibile) ne è uno degli esempi più illuminanti.

La prospettiva teorica sinora indicata costituisce una traiettoria macro nella lettura ed interpretazione dei fenomeni sociali, con la loro relativa misurazione tramite indicatori statistici.

La mia relazione tende a svilupparsi a livello micro, partendo però dalle stesse esigenze teoriche, ossia l’investigazione delle ragioni che rendono una comunità più o meno felice. In un certo senso, al di là degli indicatori statistici riferibili al BES, qual è lo spartiacque, da certi punti di vista epistemologico e antropologico, che distingue le comunità a basso o elevato benessere? E’ indubbio che la componente economica sia rilevante, ma è altresì importante rilevare che essa, da sola, quale puller dominante delle società contemporanee occidentali sta generando una “nuova” dimensione della povertà e dell’infelicità, che va oltre la mera impostazione prettamente economica.

In questo senso, la letteratura economica, da diversi anni, ha proposto un’interpretazione di due tipologie di beni e servizi: i beni cosiddetti posizionali e, alternativamente, quelli relazioni. E’ a partire da questa dicotomia che cercheremo di sviluppare una riflessione, mostrando come disequilibri e disallineamenti individuali (e poi collettivi) tra queste due tipologie di beni – specialmente se persistenti e strutturalmente ampi nel corso del tempo – genera “nuove” forme di povertà e di infelicità socio-economica.

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