Beni culturali - “Speciale archivum in speciali Ecclesia”: l’archivio della Basilica e del Sacro Convento di San Francesco in Assisi

Beni culturali - “Speciale archivum in speciali Ecclesia”: l’archivio della Basilica e del Sacro Convento di San Francesco in Assisi

di Cristina Roccaforte

La complessità e la singolarità delle vicende storico-giuridiche del complesso monumentale della Basilica e del Sacro Convento di San Francesco in Assisi, definito nei documenti “specialis ecclesia”, si riflettono inevitabilmente sull’archivio quale espressione tangibile dell’istituzione che lo ha prodotto[1].

La singolarità e la peculiarità di questo luogo, pensato per accogliere il corpo di frate Francesco e diventato in breve tempo uno dei santuari più amati del mondo, si delineano e si definiscono subito dopo la morte di frate Francesco, in pochissimi anni, con una sollecitudine commisurata alla devozione per un santo davvero speciale.

Nel 1226, la sera del 3 ottobre, frate Francesco morì presso la Porziuncola e la mattina del 4 ottobre il suo corpo venne trasportato – molto probabilmente per ragioni di sicurezza – presso le mura della città di Assisi, nella chiesa parrocchiale di San Giorgio, ora inglobata all’interno del monastero della Basilica di Santa Chiara.

La sepoltura di san Francesco in San Giorgio fu però del tutto provvisoria[2].
Alcuni mesi dopo la morte di Francesco infatti, nel marzo 1227, il cardinale Ugolino di Anagni o dei Conti di Segni, amico e devoto del Santo, salì al soglio pontificio con il nome di Gregorio IX.

In archivio, nella serie degli Istrumenti, è conservato un documento notarile datato 30 marzo 1228. Con esso, tale Simone di Puzarello, cittadino di Assisi, dona “petiam unam terre positam in vocabulo Collis Inferni” a frate Elia, che lo riceve in nome e per conto di Gregorio IX, “ad habendum, tenendum, possidendum, faciendum omnes utilitates et usus fratrum in ea, videlicet locum, oratorium vel ecclesiam pro beatissimo corpore sancti Francisci”[3].

In una successiva lettera Recolentes qualiter del 29 aprile 1228, il papa – concedendo indulgenze – sollecitò l’intera cristianità a concorrere “ut pro ipsius Patris reverentia specialis Ecclesia in qua eius corpus recondi debeat construatur”.

Nella erigenda chiesa avrebbe quindi dovuto essere riposto il corpo del serafico padre: corpo che, tre mesi prima della canonizzazione ufficiale di Francesco, un documento notarile aveva già definito “beatissimo” e in onore del quale il papa comunica ora all’orbe cristiano il suo progetto di costruire in Assisi una grande chiesa sepolcrale, definita “specialis Ecclesia”[4].

Il 16 luglio 1228, a meno di due anni dalla morte di Francesco, Gregorio IX finalmente lo canonizzò solennemente, e il giorno seguente pose personalmente la prima pietra della specialis ecclesia (FF 527-542).
In un’altra bolla Recolentes qualiter del 22 ottobre 1228 – non conservata presso l’archivio del Sacro Convento e da non confondere con la lettera precedente – il papa stabilisce poi che il fondo donato, l’ecclesia e gli edifici costruendi rimangano “in ius et proprietatem Sedis Apostolicae”, ribadendo che “ecclesia sit omnino libera et nulli alii quam Apostolicae Sedi subiecta”[5].

Il 22 aprile 1230, indirizzando il privilegio Is qui Ecclesiam suam (il privilegio è la massima espressione formale della Cancelleria pontificia), al ministro dell’Ordine e ai frati, già dimoranti presso il primitivo nucleo conventuale della chiesa del beato Francesco, il papa ribadisce solennemente: “ecclesia ipsa nulli nisi romano pontifici sit subiecta et vestri Ordinis […] Caput habeatur et Mater ac in ea per fratres eiusdem Ordinis perpetuo serviatur”[6].

Il 25 maggio 1230 quindi, a meno di quattro anni dalla morte di Francesco e a soli due anni dalla donazione del primo pezzo di terra, le spoglie del Santo furono traslate da San Giorgio nella nuova chiesa, risultante a questa data già aperta al pubblico culto, anche se essa fu ufficialmente e solennemente consacrata da Innocenzo IV solo nel 1253[7].

Quella di San Francesco è quindi, contemporaneamente Specialis Ecclesia, perché chiesa papale, e Caput et Mater dell’Ordine Minoritico, in quanto chiesa-sepolcro del Patriarca fondatore, affidata ai frati dell’Ordine per la sua custodia.

Al dettato del pontefice si aggiunse successivamente l’evidenza del trono pontificio marmoreo nella chiesa superiore e il Palazzo Apostolico, dove i pontefici dimoravano e custodivano tesori e documenti[8].

La condizione giuridica della ecclesia di San Francesco di Assisi, ribadita nel tempo da numerosi pontefici, viene ulteriormente e definitivamente precisata in epoca moderna, con la Costituzione Apostolica Fidelis Dominus di Benedetto XIV, del 1754, e con la erectio in Basilicam Patriarcalem et Cappellam Papalem, equiparata alle Basiliche Patriarcali di Roma e alle Cappelle papali annesse agli edifici pontifici, un atto unico, a quella data, nei confronti di una chiesa extra Urbem.

Benedetto XIV fece erigere stabilmente il trono pontificio marmoreo anche nella chiesa inferiore e compilare per la Basilica uno speciale e proprio caeremoniale, oltre a designare due cardinali e l’Uditore delle cause della Camera Apostolica “Summi pontificis delegati pro hac Basilica et adiecto coenobio”[9].

Tutto ciò evidenzia la suprema potestà di giurisdizione del Pontefice ed esclude parimenti quella di ogni altro prelato, secolare e regolare, compresi il vescovo di Assisi ed il Ministro Generale dell’Ordine dei Minori Conventuali, il quale riceve infatti dal papa la speciale facoltà di visitare la Basilica, sempre concettualmente e giuridicamente unita con il Sacro Convento[10].

Nel periodo delle soppressioni degli Ordini religiosi, anche il Sacro Convento fu colpito dal provvedimento di soppressione ed espulsione delle famiglie religiose decretato per l’Umbria dal commissario generale straordinario Gioacchino Napoleone Pepoli nel 1860, piuttosto in anticipo sul successivo regio decreto valido per il Regno d’Italia. In seguito a tale provvedimento e all’evoluzione legislativa della vicenda, la Santa Sede interverrà costantemente a difesa della Basilica e del Sacro Convento; in una citazione presso il Tribunale di Roma del 14 novembre 1890, ad esempio, leggiamo: “La Basilica Patriarcale di San Francesco in Assisi, coi suoi annessi, ha carattere e personalità giuridica di chiesa secolare, appartenente al Sommo Pontefice e del tutto indipendente dalla soppressa corporazione dei Minori Conventuali, ai quali ne furono soltanto affidate la custodia e l’amministrazione”[11].

Nel 1896 la Santa Sede e lo Stato Italiano siglarono una Transazione, la quale riconosce che la Basilica e il Sacro Convento, con gli annessi mobili ed immobili sono una proprietà della Sede Apostolica e non sono perciò soggetti alla devoluzione prevista dalle leggi eversive. Gli edifici furono restituiti nel 1926; alcune questioni rimasero tuttavia aperte, per cui fu istituita una speciale commissione nel 1930, che però chiuse i suoi lavori senza trovare una soluzione.

La condizione giuridico-istituzionale del santuario fu ribadita e confermata ancora una volta, dal punto di vista del diritto canonico, dal motu proprio “Inclita toto” di Paolo VI, del 1969, che assegnò alla Basilica un legato pontificio, il quale poteva demandare la propria giurisdizione al Custode pro tempore del Sacro Convento, incaricato della gestione del Santuario[12].

La Biblioteca e l’Archivio, incamerati dal Comune di Assisi, sono tornati nella sede originaria nel 1981, grazie a una Convenzione che, perfezionata il 15 marzo 1988, prevede una concessione in comodato al Sacro Convento del Fondo Antico della Biblioteca Comunale, che comprende – appunto – l’archivio[13].

La sostanziale continuità storica della condizione giuridica sopra delineata, seppure nel tempo da più parti contestata e messa in discussione, costituisce la primaria caratteristica della specialis ecclesia che rende, in qualche misura, speciale anche il suo archivio, in quanto se esso, come è noto agli archivisti, è posto in essere nel corso dello svolgimento dell’attività dell’ente, non è altrettanto facilmente riconducibile entro quegli schemi rigorosamente piramidali che riflettono l’organizzazione istituzionale degli Ordini mendicanti[14], in quanto sfuggente a qualsiasi tradizionale classificazione, anche per il passaggio progressivo e non sempre ben definito da una fase storico-istituzionale all’altra: ricordiamo che l’archivio è stato, all’inizio, Archivio generale dell’Ordine minoritico e della Provincia serafica, oltre ad essere sempre stato archivio della Basilica e del Sacro Convento e, dagli anni Settanta dello scorso secolo, anche archivio della Custodia generale del Sacro Convento di Assisi[15]. Una specialis conditio insomma che rende particolarmente arduo il tentativo di approfondimento e di comprensione delle dinamiche che hanno condotto alle attuali evidenze documentarie.

Il primo archivio dell’Ordine dei Frati Minori nacque, come è noto, in modo spontaneo: fu proprio Francesco che, probabilmente nel piccolo convento della Porziuncola, accolse e custodì i primi preziosi documenti pontifici, che legittimavano, approvavano e regolavano la vita della nuova Famiglia religiosa.

Nell’archivio si conservano ancora tre documenti pontifici indirizzati da Onorio III a frate Francesco vivente.

La prima lettera Cum secundum consilium, che potremmo con un termine tecnico definire gratiosa, è datata 22 settembre 1220, da Orvieto: con essa il papa stabilisce che nessuno possa essere ammesso alla professione religiosa nel nascente ordine se prima non abbia fatto un anno di prova[16].
La seconda lettera Devotionis vestrae precibus, anch’essa gratiosa, è datata 31 marzo 1222, da Anagni e con essa papa Onorio III concede ai frati la possibilità di celebrare anche in tempo di interdetto[17].

L’ultimo documento, il più noto, è la Solet annuere, la conferma della Regola (nota anche come “Regola bollata”), datata 1223 novembre 29 dal Laterano e conservata nella cappella delle Reliquie della Basilica[18].

Fu inoltre proprio il Santo che, nella serie di lettere attinenti la vita e l’organizzazione del nascente Ordine, tramandate dalla tradizione, riconosciute come autentiche e raccolte nelle Fonti Francescane, dettò le prime norme per una corretta compilazione e tenuta dei documenti nelle comunità minoritiche.

Al capo VI (Della Regola e del modo di dire l’ufficio) della Lettera a tutto l’Ordine, leggiamo: “Io, frate Francesco, uomo inutile e indegna creatura del Signore Iddio, dico in nome del Signore Gesù Cristo a frate [Elia], ministro di tutta la nostra Religione, e a tutti i ministri generali che verranno dopo di lui, e agli altri custodi e guardiani dei frati, che sono e saranno, che tengano presso di sé questo scritto, lo mettano in pratica e lo conservino scrupolosamente. E supplico gli stessi di custodire con sollecitudine e di fare osservare con grande diligenza le cose che vi sono scritte, secondo il beneplacito di Dio onnipotente, ora e sempre, finché durerà questo mondo” (FF 231).

E ancora nella Prima lettera ai custodi: “E tutti i miei frati custodi ai quali giungerà questo scritto, che ne faranno copia e lo terranno presso di sé e lo faranno trascrivere per i frati che hanno l’ufficio della predicazione e della custodia dei frati, e che predicheranno sino alla fine le istruzioni contenute in questo scritto, sappiano che hanno la benedizione del Signore Iddio e mia. E queste cose siano per loro come vera e santa obbedienza” (FF 244).

Infine nella Seconda lettera ai Custodi: “Dell’altra lettera che vi invio perché la trasmettiate ai podestà, ai consoli e ai reggitori [dei popoli], nella quale si dice che tra la gente e sulle piazze si proclamino pubblicamente le lodi di Dio, fate subito molti esemplari e molte copie e con grande diligenza consegnatele a coloro ai quali devono essere recapitate. […]” (FF 248).

L’archivio dovette essere trasferito al Sacro Convento già prima della traslazione del corpo del Santo, poiché, come abbiamo visto, il privilegio Is qui Ecclesiam suam, dell’aprile 1230, è già indirizzato al padre generale Giovanni Parenti e ai frati che abitavano apud ecclesiam Beati Francisci in loco qui dicitur Collis Paradisi (da notare che il Collis Inferni della primitiva donazione si è trasformato in Collis Paradisi).

Come attestano i primi inventari, in origine le carte erano conservate in loco tuto, nella sacrestia detta “segreta”, quella inferiore, alla base della torre campanaria, insieme ai paramenti sacri, alle reliquie più preziose, al tesoro. Nei primi tempi l’archivio era il vero e proprio archivio di tutto l’ordine minoritico, se la Basilica di San Francesco veniva definita da Gregorio IX – come abbiamo visto – Caput et Mater del francescanesimo.

Uno scritto di frate Francesco di Bartolo da Assisi, della prima metà del XIV secolo, conferma: “privilegium est cum bulla in sacristia Sancti Francisci de Asisio“, e ancora: “Suprascripta privilegia papalia cum suis indulgentiis, pertinent ad locum beati Francisci de Assisio tamen, et sunt in numero quatordecim, reposita in quodam sacculo, cum bullis papalibus, in quadam cassa sacristie dicti Sancti Francisci de Assisio. Domino gratias. Amen, amen, amen”[19].

Nella prima fase quindi le pergamene – probabilmente arrotolate – erano distribuite in sacchetti di cuoio e custodite in casse lignee nella Sacrestia segreta.

Il primo inventario di carte d’archivio pervenutoci, seppure frammentario, è un elenco del 1352 relativo ad alcuni testamenti e codicilli, definito “utìlium pro conventu” e compilato sotto la reggenza del custode fra Michele: in esso si descrivono numerosi testamenti, ma anche documenti attestanti proprietà, diritti e concessioni, tra cui alcune copie degli Statuti e delle Riformanze del comune di Assisi su particolari aspetti giuridici riguardanti beni e diritti dell’Ordine; sono poi menzionati ordini, deliberazioni e disposizioni dei superiori, una copia di due privilegi di Gregorio IX sulle stimmate di san Francesco con i nomi dei testimoni che le videro e “una lictera cum sigillo pendente magistri Benedicti Gaietani notarii pape, de aliquibus libris armarii” [20].

Completamente perduto è invece, purtroppo, l’archivio dell’opera di San Francesco, relativo alla costruzione della Basilica, agli affreschi, alle molteplici decorazioni, probabilmente perché in mano a laici esterni che tenevano – diremmo oggi – la contabilità.

Riassumendo quindi, “nell’archivio […] andavano accumulandosi lettere della cancelleria pontificia e di altre autorità , ordinazioni, costituzioni, atti notarili, atti di visite canoniche, atti di celebrazioni dei capitoli, relazioni delle singole province dell’Ordine, redatte dai segretari generali”[21].
Oltre a ciò, con il passare degli anni, nella sacrestia venivano depositati anche documenti non direttamente pertinenti all’attività dell’Ente, quali fondi consegnati da private persone e altre istituzioni, tra le quali lo stesso Comune di Assisi, poiché si riconosceva all’archivio di San Francesco la funzione di “archivio di città”, ruolo prima svolto dalla cattedrale di San Rufino[22].

Nella prima fase della vita dell’archivio del Sacro Convento non era poi probabilmente chiara la distinzione tra i documenti che riguardavano la vita dell’Ordine, quelli inerenti la Provincia Serafica dell’Umbria, quelli propri del Sacro Convento, Caput et Mater dell’Ordine stesso e quelli attinenti alla custodia della Basilica Patriarcale: la stessa Curia generale rimase fisicamente ad Assisi fino al 1250, data in cui fu trasferita a Roma presso l’Ara Coeli, e mancano notizie puntuali sulla data del successivo trasferimento dell’archivio generale[23].

Quello che è certo è che la maggior parte dei documenti di questa prima fase dovette essere rappresentata da carte sciolte ascrivibili al fondo diplomatico o, più genericamente, al carteggio.

Il cosiddetto Fondo diplomatico, così gelosamente conservato, ha origine in precisi riferimenti normativi che, sottolineandone l’antichità e l’importanza, ne garantiscono la costituzione e la conservazione fin dai primordi. Ancora in età moderna le Costituzioni Alessandrine (1500-1501) ribadiscono come privilegia ed instrumenta debbano essere conservati nel sacrario e come di essi si debba redigere un inventario da includere nel medesimo luogo di conservazione: essi rappresentano i cosiddetti munimina ed il primitivo archivio conventuale svolge pertanto la funzione di scrinium, prezioso deposito di iura.

Probabilmente dalla fine del XV – inizi del XVI secolo, la cancelleria e successivamente l’archivio furono collocati in una stanza del fianco occidentale del portico inferiore del chiostro di Sisto IV, sotto la nuova biblioteca, con ingresso dal portico di San Geronzio: qui una porta reca ancora, scolpita, l’iscrizione Cancellaria e sotto, più piccolo, Archivium[24].
Agli inizi del XVI secolo si cominciò a manifestare inoltre un interesse più spiccato per i documenti d’archivio; particolari riforme interne riguardarono, tra l’altro, la tenuta dei registri ed una più rigorosa gestione finanziaria e la legislazione dell’Ordine si occupò più frequentemente e più chiaramente, nelle Costituzioni, degli archivi. Le stesse Costituzioni alessandrine citate, oltre a dettare norme che regolassero il cosiddetto fondo diplomatico, si occuparono esplicitamente della tenuta dei registri dei benefattori dei conventi e delle elemosine ricevute dai frati e fanno esplicito riferimento all’obbligo dei custodi di controllare i registri delle entrate e delle uscite.
Anche negli interventi dei visitatori apostolici si trovano riferimenti ed ordini per una migliore conservazione dei documenti ordinari, riferibili all’ambito amministrativo e contabile e specialmente per la tenuta dei registri.
Fra i registri sono facilmente individuabili, per l’omogeneità e la precisione della forma e dei contenuti, quelli voluti ed introdotti da padre Filippo Gesualdi da Castrovìllari per una migliore conduzione amministrativa del Sacro Convento. Il Gesualdi fu inviato ad Assisi nel 1592 come commissario per l’applicazione dei decreti di riforma emanati dal Concilio di Trento; nel 1593 egli fu eletto ministro generale dell’Ordine, carica che mantenne per tre trienni consecutivi.

La profonda conoscenza della Basilica e del Sacro Convento nella loro complessa organizzazione interna e sotto i più diversi aspetti, e le numerose, specifiche, puntuali normative da lui impartite fanno del Gesualdi un referente imprescindibile per chi voglia comprendere appieno le dinamiche storiche che hanno portato alla formazione dell’archivio del Sacro Convento.

Il padre Gesualdi, oltre ad impartire gli ordini per la tenuta dei vari registri, diede un riassetto generale alla cancelleria e all’archivio; ciò è testimoniato dal Registro de quanto se conserva nella cancelleria de Santo Francesco de Asise, del 1593, che descrive: “uno armario de legno cum dece tiratore et tre appartamenti, una tavola de noce cum il telaro, una cassa de albano grande cum la serratura chiave, un banco bardato cum la serratura et chiave, un banco bardato, un forzieretto depinto, una cassetta piccola”[25].

Lo stesso registro, miscellaneo, contiene un inventario dettagliato di tutti i documenti d’archivio custoditi nella cancelleria, datato 1595. Nel 1594 era stato inoltre compilato un nuovo “registro delle bolle”.

Eletto generale, in un decreto del capitolo generale di Viterbo del 1596, il Gesualdi stabilì che il padre visitatore dei conventi dovesse sempre verificare lo stato degli archivi e dal 1597 al 1600, a più riprese, tornò a dettare norme specifiche per il Sacro Convento sulla realizzazione e sulla tenuta dei registri e degli inventari d’archivio, norm

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