Economia: Gli indicatori dello sviluppo - Cosa sono gli indicatori economici e a cosa servono. Il contesto di riferimento del 5° aggiornamento dell’Indicatore Multidimensionale dell’Umbria (Luglio 2018)

Economia: Gli indicatori dello sviluppo - Cosa sono gli indicatori economici e a cosa servono. Il contesto di riferimento del 5° aggiornamento dell’Indicatore Multidimensionale dell’Umbria (Luglio 2018)

di Giacomo Frau e Claudio Tiriduzzi

Il prodotto interno lordo è l’indicatore sintetico che è stato da sempre utilizzato come elemento essenziale sia per la definizione, la misurazione e la valutazione delle politiche espresse da un paese che per indicarne il benessere.

Se, però, oggi chiedessimo a chiunque su quali basi misurerebbe la sua qualità della vita, difficilmente esprimerebbe solo ed esclusivamente valutazioni di natura economica e di reddito, ma introdurrebbe vari elementi legati, per esempio, alla possibilità di esprimersi, alla necessità di usufruire di un ambiente naturale sano, alla possibilità di accesso a beni e servizi che reputa essenziali, solo per citare alcuni esempi sintomatici.

«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow Jones, né i successi del Paese sulla base del Prodotto Interno Lordo. Il PIL comprende l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine del fine settimana… Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione e della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia e la solidità dei valori familiari. Non tiene conto della giustizia dei nostri tribunali, né dell’equità dei rapporti fra noi. Non misura né la nostra arguzia, né il nostro coraggio, né la nostra saggezza, né la nostra conoscenza, né la nostra compassione.

Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta». Così si esprimeva Robert Kennedy in un celebre discorso tenuto all’Università del Kansas già nel 1968.

Molti sono stati i tentativi che economisti e studiosi hanno intrapreso da qualche tempo per sostituire il PIL con indici più articolati e in grado di cogliere meglio la complessa realtà sociale. Definire, cioè, indicatori in grado di misurare il livello e la qualità del benessere delle persone: grado di istruzione e cultura, salute e assistenza, esposizione agli effetti inquinanti, ma anche tempo libero, altruismo e, persino, la “mitica” felicità.

Una delle iniziative più importanti è stataassunta dall’allora presidente francese Sarkozy nel 2008, che incaricò una Commissione di studiosi di tutto il mondo, sotto la guida di due Premi Nobel, Amartya Sen, Joseph Stiglitz e di Jean Paul Fitoussi (ospite del Cortile di Francesco 2018 dedicato al tema Differenze), con l’obiettivo di mettere a punto uno strumento per la “Misurazione , con l’obiettivo di mettere a punto uno strumento per la “Misurazione della performance economica e del progresso sociale”. Il lavoro di questa Commissione, durato circa due anni, si concluse con la presentazione di un Rapporto in cui sono state raccolte indicazioni, raccomandazioni e proposte per concretizzare quello che resta un obiettivo ancora da realizzare, ossia un indicatore diverso dal PIL, capace di rappresentare meglio e più efficacemente il benessere di ogni singolo paese, anche in relazione a tutti gli altri e a livello globale.

Secondo questa Commissione di studiosi, il benessere è un concetto multidimensionale che non può essere rappresentato solo dall’accesso ai beni materiali.

La commissione diede dodici raccomandazioni: il benessere materiale deve essere valutato al livello di nucleo familiare, tenendo in considerazione il reddito e il consumo e non tanto la produzione come accade ora con il Pil. Si deve dare una maggiore enfasi alla distribuzione del reddito, del consumo e della ricchezza: un aumento medio non corrisponde per forza a un aumento per tutti, come Trilussa già notava a inizio Novecento. La commissione chiedeva, inoltre, di estendere la misura ad attività non di mercato. Questo punto riguardava il calcolo delle attività e servizi in famiglia, per esempio la cura degli ammalati e degli anziani, un tema sempre più di attualità. Raccomandava, inoltre, di prendere in considerazione la multidimensionalità della misura del benessere che tocca le condizioni economiche ma anche l’educazione, la salute, la qualità della democrazia, le reti sociali, l’ambiente, la sicurezza. Una gran parte del rapporto si occupava poi delle questioni di sostenibilità ambientale per misurare la crescita al netto della distruzione di risorse e i rischi del cambiamento climatico.

Il nostro Paese, attraverso l’Istat, insieme ai rappresentanti delle parti sociali e della società civile, ha sviluppato un approccio multidimensionale per misurare il “Benessere equo e sostenibile” (Bes) con l’obiettivo di integrare le informazioni fornite dagli indicatori sulle attività economiche con le fondamentali dimensioni del benessere, corredate da misure relative alle diseguaglianze e alla sostenibilità.

Il progetto Bes nasce nel 2010 per misurare il Benessere equo e sostenibile, con l’obiettivo di valutare il progresso della società non soltanto dal punto di vista economico, ma anche sociale e ambientale. A tal fine, i tradizionali indicatori economici, primo fra tutti il Pil, sono stati integrati con misure sulla qualità della vita delle persone e sull’ambiente. Nel 2016 il Bes è entrato a far parte del processo di programmazione economica, per un set ridotto di indicatori è previsto un allegato del Documento di economia e finanza che riporti un’analisi dell’andamento recente e una valutazione dell’impatto delle politiche proposte. Inoltre, a febbraio di ciascun anno vengono presentati al Parlamento il monitoraggio degli indicatori e gli esiti della valutazione di impatto delle policy.

A partire dal 2016, agli indicatori e alle analisi sul benessere si affiancano gli indicatori per il monitoraggio degli obiettivi dell’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile, i Sustainable Development Goals (SDGs) delle Nazioni Unite, scelti dalla comunità globale grazie a un accordo politico tra i diversi attori, per rappresentare i propri valori, priorità e obiettivi. La Commissione Statistica delle Nazioni Unite (UNSC) ha definito un quadro di informazione statistica condiviso per monitorare il progresso dei singoli Paesi verso gli SDGs: oltre 230 indicatori sono stati individuati.

Misurare quindi quanto è ‘sviluppato’ un paese può essere estremamente difficile. Si può fare come abbiamo visto usando le statistiche. Ad esempio, quale percentuale della popolazione ha accesso ad acqua pulita? Qual è il reddito medio pro capite? Quante persone per ogni medico? Questi sono solo alcuni fra gli indicatori dello sviluppo usati più frequentemente. Ma che cosa significhi ‘sviluppo’ è un tema ancora in discussione.

E’ insito nell’uomo, nel suo desiderio di costruire, poter capire dove sta andando, poter vedere l’esito del proprio lavoro, misurare la propria capacità creativa.

Così nelle società moderne, l’espressione di questo desiderio coincide con il concetto di misurare lo sviluppo o, in altri termini, di valutare la crescita del benessere dei cittadini.

Elemento decisivo per la definizione della politica economica, al di là della questione dei pesi, è l’identificazione corretta di ciò che rende felici i singoli cittadini. Sbagliare può avere conseguenze molto negative per una classe dirigente: conduce al risultato paradossale di un’efficienza nell’utilizzo dei mezzi a disposizione per perseguire i fini stabiliti, associata a una perdita di consenso elettorale perché gli obiettivi sono stati definiti sulla base di criteri di felicità non corrispondenti alle reali preferenze degli individui.

Il fine dello sviluppo economico dovrebbe essere quello di facilitare e di non ostacolare il raggiungimento della felicità.

L’Umbria

Anche sulla base delle considerazioni sopra riportate, l’Umbria nel mezzo di questo dibattito, ancor prima della pubblicazione del BES da parte dell’ISTAT, ha cominciato a ragionare sulla necessità di scrivere un documento dove poter trattare elementi in cui si potesse tener conto nell’interpretazione dei dati, un cruscotto strategico utile per le scelte e gli indirizzi su cui orientare la programmazione regionale, nell’ottica della trasparenza e della responsabilità, da parte degli amministratori che impiegano risorse finanziarie pubbliche, di rendicontarne l’uso sia sul piano della regolarità dei conti sia su quello dell’efficacia della gestione (accountability), configurando quindi l’indicatore come un utile strumento per segnalare le tendenze in atto, i punti di forza da valorizzare e le criticità da aggredire.

La Regione Umbria è giunta al suo quinto aggiornamento (la prima edizione si è avuta a aprile 2010) dell’Indicatore multidimensionale dell’innovazione, sviluppo e coesione sociale che è la risultante di 47 indicatori a loro volta ricompresi in 7 aree di indagine. Sistema economico produttivo, Mercato del lavoro, Ambiente, Coesione sociale e sicurezza, Istruzione e formazione, Innovazione e ricerca, Salute e sanità.

Gli indicatori presi in considerazione misurano fenomeni “di contesto”, volti cioè a misurare fenomeni di fondo i cui mutamenti dipendono da un insieme di fattori spesso non direttamente riconducibili all’azione regionale, misurando i cambiamenti che si determinano nei fenomeni più rilevanti in confronto con quelli del resto del Paese e di tutte le regioni italiane.
I dati sono per lo più di fonte Istat e misurano sia fenomeni di tipo “quantitativo” (esempio % di spesa in Ricerca e Sviluppo su PIL) sia di tipo “qualitativo” (esempio grado di soddisfazione degli utenti per un determinato servizio) attraverso Indagini campionarie su vari aspetti della vita quotidiana.

L’indicatore si inserisce nel filone dell’analisi economica che alimenta negli ultimi anni il dibattito sulla misurazione del benessere degli individui e delle società, con lo sviluppo di nuovi parametri di carattere statistico in grado di guidare sia i decisori politici nel disegno degli interventi, sia i comportamenti individuali delle imprese e delle persone. Ferma restando l’importanza del Prodotto interno lordo (Pil) come misura dei risultati economici di una collettività, è ampiamente riconosciuta la necessità di integrare tale misura con indicatori di carattere economico, ambientale e sociale che rendano esaustiva la valutazione sullo stato e sul progresso di una società.

Nel documento viene quindi riportato un quadro che per ogni area illustra gli elementi oggetto dell’analisi, la fonte di reperimento e l’anno di riferimento del dato, la posizione dell’Umbria nella graduatoria delle regioni italiane nel 2014, 2015, 2016 nonché rispetto alla media italiana nell’ultimo anno. In tal modo è quindi possibile anche verificare se l’Umbria, rispetto alle altre regioni italiane, abbia registrato nell’ultimo dato disponibile una variazione positiva o negativa rispetto alle altre regioni, e se tali variazioni siano più o meno sensibili del dato medio.

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